Il Garantista: Cresce chi investe, non chi specula

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Luciano Pietronero, leader del gruppo di ricerca

Il Garantista, 25 Marzo 2015:

Perfino la Regina d’Inghilterra non ha potuto fare a meno di notare quanto siano poco efficaci, in termini di previsioni per il futuro, gli attuali strumenti a disposizione degli economisti di tutto il mondo. Che infatti la crisi del 2008 non l’hanno proprio vista arrivare – come la sovrana ha loro rimproverato durante una conferenza della London School of Economics di Londra sempre nel 2008. Se ne sono accorti solo quando essa ha travolto il pianeta, insieme alle loro analisi – sbagliate – sul futuro del mercato internazionale. Perché prevedere cosa succederà al Pil di questa o quella nazione non ha a che fare solo con i dollari, e quindi con i numeri, ma con fattori umani che la scienza difficilmente riesce a modellizzare. Difficile stabilire in modo ‘scientifico’, senza cioè cadere nel rischioso dominio delle interpretazioni, se per uscire da un’economia stagnante un Paese debba puntare su l’industria pesante o piuttosto sui servizi, o magari occuparsi prima di tutto di modernizzare le proprie infrastrutture, o invece iniziare dallo snellimento della burocrazia e dal dare una stretta al dilagare della corruzione. Ed è altrettanto difficile, se non impossibile, stabilire come questi interventi si combineranno e quindi quali effetti concreti produrranno sull’economia reale da qui a 10 anni.

Su questo i fisici dell’Istituto dei Sistemi Complessi (ISC) del CNR e dell’Università La Sapienza di Roma si sono interrogati a lungo, e alla fine hanno trovato una chiave che oggi propongono in uno studio pubblicato recentemente dalla rivista scientifica Plos One e recensito da Nature, la bibbia della scienza internazionale. Per i fisici di ISC-CNR e Sapienza l’idea non sta nel cercare di misurare cioè che, per definizione, non è misurabile, ma trovare degli indicatori che rispecchino tutti questi fattori indirettamente, ma in modo coerente con la realtà. Come? Guardando alla diversificazione dei prodotti esportati da ogni paese e al loro livello di intensità tecnologica, cioè a due indicatori non monetari chiamati rispettivamente fitness di una nazione – intendendo per essa la sua competitività sul mercato mondiale a partire dall’analisi dei prodotti che esporta – e complessità delle merci esportate – cioè il loro livello di intensità tecnologica. Confrontando poi la fitness di un paese con il suo attuale Pil si riesce a prevedere, nel caso di molte nazioni, se il paese crescerà ancora, se è sul punto di arenarsi o prossimo al tracollo. Per altre, invece, fattori estremi come guerre o disastri naturali rendono le previsioni difficili anche per i fisici di Roma, dal momento che la fitness non risulta più essere il motore principale di crescita.

“I paesi che continueranno a crescere per almeno un altro decennio sono quelli che hanno accumulato un bonus di competitività sul mercato globale che ancora non si è tradotto in un proporzionale aumento di Pil”, sostiene il fisico Luciano Pietronero, leader dello studio. Infatti, se una nazione, così come ha fatto la Cina, si è concentrata negli ultimi 15 anni ad incrementare il suo livello di fitness piuttosto che preoccuparsi di incassare subito i proventi derivanti da tale aumento di competitività, vuol dire che ha ancora molto margine di crescita. E infatti il team prevede che Cina e India continueranno a crescere stabilmente per almeno altri 10 anni, raggiungendo un Pil totale di 26 trilioni di dollari nel 2022. Nel continente africano, Senegal, Kenya, Madagascar, Uganda e Tanzania potrebbero ripercorrere le orme delle ‘Tigri Asiatiche’, mentre il Sudafrica rischia di essere invischiata nella ‘middle-income trap’ e Nigeria e Repubblica Democratica del Congo potrebbero finire nella ‘poverty trap’. Il modello ha attratto l’attenzione di investitori e think tank di grido, in Italia e all’estero: Alibaba, Azimut e Ippr, il think tank britannico che per l’analisi dei processi di industrializzazione della Gran Bretagna ha utilizzato il metodo del gruppo ISC-CNR.

Ciò che prima di tutto i ricercatori hanno intuito è che le capacità industriali di un paese e i prodotti che esso è in grado di esportare sono il risultato di complesse interazioni in un ampio ecosistema di fattori, simile a quello delle foreste, degli oceani e di ogni altro ambiente naturale. In economia, i fattori che rendono un paese più competitivo di altri non sono riducibili ad una mera questione di know-how, che può essere facilmente importato dall’estero assumendo esperti o acquistando le tecnologie che mancano. “Il know-how tecnologico,” spiegano Andrea Tacchella e Matthieu Cristelli, co-autori dello studio “è in grado di produrre risultati solo se è seminato in un terreno fertile.” Il termine fitness, aggiungono, richiama concetti tipici dell’ecologia ed è appunto da intendersi come la capacità di un paese di competere nell’articolato habitat del mercato globale. A tale riguardo, la differenza tra una nazione con un economia dominante, come USA, Germania, Francia o Italia, e di una con un economia debole o rischio, come Bangladesh, Nigeria, Sud Africa o Arabia Saudita, è data proprio da quanto “fertile” una nazione è rispetto alla creazione di nuove e più competitive industrie che si possono inserire proficuamente nel quadro produttivo e non finire per diventare inutili e costose cattedrali nel deserto. “Se vuoi iniziare a produrre auto, ad esempio, devi essere già capace di produrre viti, bulloni, pneumatici, vernici, parti meccaniche ed elettroniche di intensità tecnologica simile a quelle che serviranno per assemblare, ad esempio, un motore ibrido che possa attrarre l’attenzione del mercato globale,” spiegano i ricercatori. Insomma, essere già un esportatore di prodotti appena meno sofisticati delle auto ibride, ma che serviranno per dare vita ad un tale prodotto. Nel caso di un’economia di sussistenza, come il quarto mondo, pensare di cominciare a produrre un oggetto high-tech per incrementare il Pil sarebbe una pessima idea, perché troppo alto sarebbe il salto tra ciò che oggi si è in grado di esportare (ad esempio tessili artigianali) e un oggetto ad alta intensità tecnologica (come uno smartphone). Meglio procedere a piccoli passi, mettendosi nell’ottica di produrre, nel tempo, prima tutti i prodotti che collegano, dal punto di vista del livello di complessità tecnologica, sgargianti tessuti batik con lo smartphone, partendo dai più semplici e procedendo verso quelli più sofisticati. Ci vorrà tempo, certo, ma così almeno si eviteranno i buchi nell’acqua, un aspetto fondamentale per paesi che già annaspano, che hanno poche risorse e poco margine di manovra per crescere almeno un po’. Per i quali, cioè, è imperativo evitare di sbagliare.

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